Settimo Cielo di Sandro Magister « La barca di Pietro è senza timone »

Settimo Cielo di Sandro Magister
« La barca di Pietro è senza timone ». Ventun cattolici di cinque continenti rilanciano l’appello dei quattro cardinali al papa

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DICHIARAZIONE DI SOSTEGNO AI « DUBIA » DEI QUATTRO CARDINALI

Come studiosi e pastori d’anime cattolici, desideriamo esprimere la nostra profonda gratitudine e il nostro pieno sostegno alla coraggiosa iniziativa dei quattro membri del collegio dei cardinali, le loro eminenze Walter Brandmüller, Raymond Leo Burke, Carlo Caffarra, Joachim Meisner.

Essi, come è ampiamente noto, hanno sottoposto formalmente quattro « dubia » a papa Francesco, richiedendogli di chiarire cinque punti fondamentali della dottrina cattolica e della disciplina sacramentale, il cui trattamento, nel capitolo VIII della recente esortazione apostolica « Amoris laetitia », sembra essere in conflitto con la Sacra Scrittura e/o con la Tradizione, e con gli insegnamenti dei precedenti documenti pontifici, in particolare l’enciclica « Veritatis splendor » e l’esortazione apostolica « Familiaris consortio » del papa san Giovanni Paolo II.

Il papa ha finora declinato di rispondere ai quattro cardinali. Ma, dato che in sostanza ciò che si domanda è se gli importanti documenti menzionati richiedono ancora il nostro pieno assenso, riteniamo che il persistente silenzio del Santo Padre possa esporlo all’accusa di negligenza nell’esercizio del ministero petrino di confermare i suoi fratelli nella fede.

Vari prelati di spicco hanno aspramente criticato la richiesta dei quattro cardinali, senza tuttavia dare un contributo al chiarimento delle loro pertinenti domande. Abbiamo letto tentativi di interpretazione dell’esortazione apostolica in un’ “ermeneutica di continuità”, da parte del cardinale Christoph Schönborn e del professor Rocco Buttiglione, ma non vi abbiamo trovato alcuna prova della loro tesi secondo cui gli elementi nuovi che si trovano in « Amoris laetitia » non contrasterebbero con la legge divina, ma contemplerebbero solo legittimi cambiamenti nella pratica pastorale e nella disciplina ecclesiastica.

In effetti, secondo vari commentatori, tra cui in particolare il professor Claudio Pierantoni in un nuovo studio storico teologico, hanno argomentato che, come risultato della diffusa confusione e della divisione che è conseguita alla promulgazione di « Amoris laetitia », la Chiesa universale sta entrando in un momento gravemente critico della sua storia, che presenta allarmanti somiglianze con la grande crisi ariana del IV secolo. Durante tale conflitto catastrofico, la maggioranza dei vescovi, compreso perfino il successore di Pietro, vacillarono sulla stessa divinità di Cristo. Molti non caddero pienamente nell’eresia; tuttavia, disarmati dalla confusione o debilitati dalla timidezza, cercarono formule di convenienza o di compromesso, nell’interesse della “pace” e dell’“unità”.

Oggi siamo testimoni di una simile crisi metastatica, questa volta su aspetti fondamentali della vita cristiana. Da una parte si continuano a predicare, a parole, l’indissolubilità del matrimonio, il carattere gravemente peccaminoso della fornicazione, dell’adulterio e della sodomia, la santità della sacra eucaristia e la terribile realtà del peccato mortale. Dall’altra, tuttavia, un numero crescente di importanti prelati e teologi stanno incrinando o negando di fatto tali dottrine – e persino l’esistenza stessa delle proibizioni negative assolute, senza eccezioni, della legge divina, che governano la condotta sessuale – con il loro esagerato e unilaterale accento sulla “misericordia”, l’“accompagnamento pastorale” e le “circostanze attenuanti”.

Dato che il pontefice regnante lancia segnali assai confusi in questa battaglia contro “i principati e le potestà” del Nemico, la barca di Pietro sta andando pericolosamente alla deriva, come una nave senza timone e, in effetti, mostra sintomi di incipiente disintegrazione.

In tale situazione, crediamo che tutti i successori degli Apostoli abbiano un grave e urgente dovere di parlare con chiarezza e forza per confermare gli insegnamenti morali esposti chiaramente nel magistero dei papi precedenti e del Concilio di Trento. Diversi vescovi e un altro cardinale hanno già affermato di considerare pertinenti e opportuni i cinque « dubia ». Da parte nostra, speriamo ardentemente e preghiamo ferventemente, perché molti altri aderiscano ora pubblicamente non solo alla rispettosa domanda dei quattro cardinali al successore di Pietro, perché confermi i suoi fratelli su questi cinque punti della fede “che è stata trasmessa ai santi una volta per sempre” (Gd 1, 3), ma anche alla raccomandazione del card. Burke secondo cui, se il Santo Padre dovesse omettere di farlo, i cardinali collettivamente gli si rivolgeranno con una forma di correzione fraterna, nello spirito dell’ammonizione fatta da san Paolo all’apostolo Pietro ad Antiochia (Gal 2, 11).

Affidiamo questo grave problema alle mani e all’intercessione celeste dell’Immacolata Vergine Maria, Madre della Chiesa e vincitrice di tutte le eresie.

8 dicembre 2016, Festa dell’Immacolata Concezione

Msgr. Ignacio Barreiro Carambula, STD, JD, Chaplain and Faculty Member of the Roman Forum

Rev. Claude Barthe

Dr. Robert Beddard, Fellow of Oriel College, Oxford

Carlos A. Casanova Guerra, Doctor of Philosophy, Full Professor of Universidad Santo Tomás, Santiago de Chile

Salvatore J. Ciresi M.A., Notre Dame Graduate School of Christendom College, Director of the St. Jerome Biblical Guild

Luke Gormally, Director Emeritus, The Linacre Centre for Healthcare Ethics (1981-2000); Sometime Research Professor, Ave Maria School of Law, Ann Arbor, Michigan (2001-2007); Ordinary Member, The Pontifical Academy for Life

Rev. Brian W. Harrison OS, MA, STD, Associate Professor of Theology (retired), Pontifical Catholic University of Puerto Rico; Scholar-in-Residence, Oblates of Wisdom Study Center, St. Louis, Missouri

Rev. John Hunwicke, Former Senior Research Fellow, Pusey House, Oxford; Priest of the Ordinariate of Our Lady of Walsingham

Peter A. Kwasniewski PhD, Philosophy, Professor, Wyoming Catholic College

Don Alfredo Morselli STL, Parish priest of the archdiocese of Bologna

Rev. Richard A. Munkelt PhD (Philosophy), Chaplain and Faculty Member, Roman Forum

Rev. John Osman MA, STL, Parish priest in the archdiocese of Birmingham, former Catholic chaplain to the University of Cambridge

Dr Paolo Pasqualucci, Professor of Philosophy (retired), University of Perugia

Dr Claudio Pierantoni, Professor of Medieval Philosophy in the Philosophy Faculty of the University of Chile, former Professor of Church History and Patrology at the Faculty of Theology of the Pontificia Universidad Católica de Chile, member of the International Association of Patristic Studies

Dr John C. Rao D.Phil (Oxon.), Associate Professor of History, St. John’s University (NYC), Chairman, Roman Forum

Dr Joseph Shaw MA, DPhil (Oxon.), Fellow and Tutor in Philosophy at St Benet’s Hall, Oxford University

Dr Anna M. Silvas FAHA, Adjunct research fellow, University of New England, NSW, Australia

Michael G. Sirilla PhD, Professor of Systematic and Dogmatic Theology, Franciscan University of Steubenville

Professor Dr Thomas Stark, Phil.-Theol. Hochschule Benedikt XVI, Heiligenkreuz

Rev. Glen Tattersall, Parish Priest, Parish of Bl. John Henry Newman, archdiocese of Melbourne; Rector, St Aloysius’ Church

Rev. Dr David Watt STL, PhD (Cantab.), Priest of the archdiocese of Perth, chaplain of St Philomena’s chapel, Malaga, Western Australia

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I « dubia » dei quattro cardinali, in sei lingue:

> « Fare chiarezza ». L’appello di quattro cardinali al papa

Il parallelo con la crisi ariana del quarto secolo:

> Un nuovo concilio, come sedici secoli fa

La versione inglese della dichiarazione dei ventuno esce oggi sul « National Catholic Register », mentre in quest’altra pagina c’è la versione spagnola:

> Declaración de apoyo a los « dubia » de los cuatro cardenales

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NOTA BENE !

Il blog “Settimo cielo” fa da corredo al sito “www.chiesa”, curato anch’esso da Sandro Magister, che offre a un pubblico internazionale notizie, analisi e documenti sulla Chiesa cattolica, in italiano, inglese, francese e spagnolo.

Gli ultimi tre servizi di « www.chiesa »:

5.12.2016
> Nuovo appello al papa. I dubbi cattolici del « New York Times »
In California il vescovo di San Diego, pupillo di Bergoglio, ammette di fatto i divorzi e le seconde nozze, come in qualsiasi chiesa protestante. Dalla notizia nasce la domanda: « Amoris laetitia » può essere interpretata anche così?

28.11.2016
> Un nuovo concilio, come sedici secoli fa
I conflitti messi in moto oggi da « Amoris laetitia » hanno un precedente nelle controversie cristologiche del tardo impero romano. Le risolse il concilio ecumenico di Calcedonia. Dal Cile, uno studioso propone di rifare lo stesso cammino

23.11.2016
> Il papa tace, ma i cardinali suoi amici parlano. E accusano
Il prefetto del nuovo dicastero per la famiglia attacca l’arcivescovo di Philadelphia, Charles J. Chaput, per come attua « Amoris laetitia » nella sua diocesi. Ecco le linee guida finite sotto processo
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08 dicembre 2016
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07 dic
Il Fidel da non dimenticare. Così pacifista da terrorizzare perfino Kruscev

castro

Nell’alluvione di omaggi al defunto Fidel Castro, che ha contagiato anche titolate testate cattoliche, le voci vaticane ufficiali si sono attenute a un sobrio riserbo. Un riserbo perfettamente in linea con il totale silenzio sulle brutture del regime castrista meticolosamente osservato in occasione del viaggio di papa Francesco a Cuba, nel settembre del 2015:

> Le due facce del viaggio americano

Per fortuna, però, non sono mancate le voci fuori dal coro. Una in particolare, quella dell’ambasciatore Sergio Romano, che sul « Corriere della Sera » del 6 dicembre ha inferto un colpo micidiale al santino di Fidel Castro uomo di pace.

Romano ha ritirato fuori un capitolo quasi da tutti ignorato o dimenticato: quello del ruolo di Castro nella vicenda dei missili nucleari russi a Cuba, che nel 1962 portò il mondo sull’orlo di una guerra atomica, disinnescata « in extremis » anche grazie – si disse – agli sforzi pacificatori di papa Giovanni XXIII.

È il capitolo consegnato alla storia da Sergej Kruscev, che nelle sue memorie ha raccontato la drammatica conversazione che ebbe luogo in quei giorni fra suo padre Nikita, allora segretario generale del partito comunista sovietico, e Oleg Trojanovskij, l’onnipresente funzionario che faceva da interprete per i capi sovietici in tutte le conversazioni con i dirigenti americani.

Lasciamo la parola a Romano:

«Trojanovskij disse di avere appena letto una lettera di Castro in cui il leader cubano si dichiarava convinto che la guerra sarebbe scoppiata nel giro di due o tre giorni e che occorreva impedire agli americani di usare per primi l’arma nucleare. Il senso della lettera era chiaro: occorreva giocare d’anticipo e colpire gli Stati Uniti con i missili nucleari della base cubana. « Cosa? », disse Nikita Kruscev. « Ci sta proponendo di cominciare una guerra nucleare? ». Trojanovskij rispose che quello, effettivamente, sembrava essere il senso della lettera di Castro.

«Kruscev allora esplose: « È una follia. Abbiamo collocato i missili a Cuba per prevenire un attacco contro l’isola e difendere il socialismo. Ma ora Castro non è soltanto disposto a morire; vuole portarci con sé ». E aggiunse: « Ritirate i missili il più presto possibile. Prima che sia troppo tardi. Prima che accada qualcosa di terribile ». Non basta: telegrafò al comandante sovietico nell’isola di impedire che qualsiasi cubano si avvicinasse alla base. Temeva evidentemente che Castro, con un colpo di mano, si impadronisse dei missili e desse fuoco alla miccia della terza guerra mondiale».

Romano commenta:

«Credo che questo episodio rispecchi fedelmente il carattere di Castro. Non era un marxista-leninista, seguace di una ideologia non priva di razionalità e capacità riflessive. In alcuni momenti della sua vita era un hidalgo spagnolo, un Cid Campeador, un torero, forse addirittura un Don Chisciotte».

*

POST SCRIPTUM – Obietta un lettore ispanico a queste ultime righe:

« Verdadera cita pero comparación errada. El torero se expone el solo. Don Quijote también y se exponía por salvar a otros. Y El Cid tenía la lealtad de su tropa por cuidarla y no exponerla innecesariamente. Era valiente y noble. Castro ni lo uno ni lo otro. Solo orgullo, egoísmo y rabia satánica ».
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07 dicembre 2016
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04 dic
Povero san Francesco Saverio, così fissato nel far tutti quei « proseliti »

saverio

All’Angelus di oggi, 4 dicembre, seconda domenica di Avvento, papa Francesco non si è trattenuto dal tirare un’ennesima bordata contro quella bestia nera che è per lui il « proselitismo ».

Distaccandosi dal testo scritto, ha detto:

« Quando un missionario va ad annunciare Gesù, non va a fare proselitismo, come se fosse un tifoso che cerca per la sua squadra più aderenti. No, va semplicemente ad annunciare: ‘Il regno di Dio è in mezzo a voi!’. E così il missionario prepara la strada a Gesù ».

Eppure in italiano, propriamente, la parola « proselito » non ha nulla di negativo, semplicemente indica « chi da poco si è convertito a una religione » (Nuovo Zingarelli).

E tanto meno risulta che i missionari cattolici si comportino oggi come tifosi da stadio, nel mettere in pratica il comandamento di Gesù risorto: « Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato » (mt 28, 19-20).

Ma ancor meno comprensibile appare il rimprovero del papa se appena si torna indietro di un giorno nel calendario liturgico, al 3 dicembre, festa di san Francesco Saverio (1506-1552), gesuita come Jorge Mario Bergoglio, tra i primissimi compagni di santi’Ignazio di Loyola e missionario instancabile nel predicare, convertire e battezzare un numero sterminato di nuovi seguaci della fede cristiana, cioè, appunto, di nuovi proseliti, in India, nelle Molucche, in Giappone e infine sulle coste della Cina, dove morì.

« Talmente grande è la moltitudine dei convertiti – scrisse quel santo missionario in una sua lettera – che sovente le braccia mi dolgono tanto hanno battezzato e non ho più voce e forza di ripetere il Credo e i comandamenti nella loro lingua ».

Testimoni dell’epoca calcolarono in cinquecentomila, se non addirittura in un milione, i convertiti dalla predicazione di quel santo gesuita. Che infatti fu proclamato patrono delle missioni in Oriente dal 1748, dell’Opera della propagazione della fede dal 1904 e di tutte le missioni dal 1927, assieme a santa Teresina del Bambino Gesù.

Ma niente da fare. Ancor fresco della celebrazione liturgica di questo suo grandissimo confratello, papa Bergoglio non ha trovato di meglio che mettere alla gogna per l’ennesima volta un immaginario peccato di « proselitismo », invece di riproporre come esempio per la tiepida, troppo tiepida Chiesa d’oggi la formidabile dedizione missionaria di quel santo.

Per non dire poi che se san Francesco Saverio si fosse astenuto dal far proseliti, quando nel 1548 sbarcò in Giappone, e altri suoi compagni avessero fatto lo stesso, nemmeno ci sarebbe stata materia per il film « Silence » di Martin Scorsese di cui il papa s’è mostrato tanto compiaciuto. nel ricevere il 30 novembre il regista: un film tutto costruito sul dramma di missionari gesuiti, di convertiti, di « lapsi » e di martiri, in quei tempi durissimi di persecuzione.
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04 dicembre 2016
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01 dic
Cina. Due vescovi impresentabili, per farne uno nuovo

cina

Su « Avvenire » di oggi Agostino Giovagnoli ha salutato con molto ottimismo le due ordinazioni episcopali fatte in Cina a fine novembre, più una terza in arrivo all’inizio di questo mese. Le ha presentate come la felice sperimentazione di « un ‘modus operandi’ che potrebbe costituire la sostanza di un accordo formale tra le due parti », cioè tra Roma e Pechino, ormai vicino alla meta.

Giovagnoli insegna storia all’Università Cattolica di Milano ed è rappresentante di prim’ordine della Comunità di Sant’Egidio, cioè di quella presunta « diplomazia parallela » che da decenni fa il controcanto – né richiesto né gradito – ai diplomatici vaticani in vari teatri del mondo. E la Cina è appunto uno di questi teatri.

Solo che una delle due ordinazioni non è stata affatto di buon auspicio. Anzi. È suonata come uno schiaffo dato dalle autorità cinesi alla Chiesa cattolica.

Il fattaccio è successo il 30 novembre a Chengdu, la capitale della regione di Sichuan, nella Cina centrale.

Il nuovo vescovo, Giuseppe Tang Yuange, 53 anni, era stato designato da Roma nel maggio del 2014. In seguito anche le autorità cinesi avevano approvato la sua nomina. Ma quando si è giunti al dunque, cioè alla sua ordinazione, le autorità comuniste hanno deciso loro da chi farlo ordinare. E hanno infilato a forza nel quintetto dei vescovi consacranti un paio di nomi che per Roma sono come un affronto.

Per cominciare, il vescovo che ha presieduto il rito di consacrazione è stato sì riconosciuto tempo fa anche dal Vaticano, ma non ha mai troncato i suoi legami strettissimi con il regime, dei cui ordini è uno dei più fedeli esecutori. Il suo nome è Fang Xingyao, è vescovo di Linyi, nello Shandong, è vicepresidente della conferenza episcopale fantoccio messa in piedi dalle autorità politiche senza naturalmente annettervi i circa trenta vescovi « clandestini » non ufficialmente riconosciuti, ma soprattutto è presidente dell’Associazione patriottica dei cattolici cinesi, che è la vera macchina di controllo del regime sulla Chiesa, bollata da Benedetto XVI nel 2007 come « incompatibile con la dottrina cattolica ».

Ma il secondo nome suona ancora peggio. Si tratta del vescovo Lei Shiyin di Leshan, nel Sichuan, il quale non solo non è stato mai riconosciuto da Roma, ma è incorso nella scomunica proprio per essere stato ordinato illecitamente, nel 2011, e ordinato proprio da monsignor Fang Xinyao, a cui è legatissimo anche nell’Associazione patriottica, di cui è vicepresidente su scala nazionale e presidente nel Sichuan.

In più, a quell’ordinazione illecita del 2011 aveva preso parte anche il vescovo di Pechino Li Shan, altro cattivo esempio di vescovo « ufficiale » riconosciuto da Roma ma poi tornato al pieno servizio delle autorità di regime.

Lei Shiyin è uno degli otto vescovi cinesi riconosciuti dal governo ma pubblicamente scomunicati da Roma. Ed è anche uno dei più difficili da riportare all’ovile, dato che su di lui pende l’accusa di avere amanti e figli.

Ebbene, è proprio da questa coppia di impresentabili che le autorità cinesi hanno preteso che il nuovo vescovo di Chengdu fosse ordinato, lo scorso 30 novembre. E c’è voluto un cordone di poliziotti per assicurare l’ingresso in cattedrale del secondo, che un gruppo di fedeli aveva tentato invano di bloccare, issando un cartellone di protesta.

L’ultimo incontro tra le delegazioni di Roma e di Pechino che stanno negoziando un accordo sulla nomina dei vescovi si è svolto a metà novembre.

Ma se questi sono i fatti, un accordo che non sia un cedimento della Chiesa appare ancora lontano, molto lontano.
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01 dicembre 2016
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29 nov
Ei fu. La lacrima del papa, il pianto greco del patriarca Kirill, il ciglio asciutto dei vescovi cubani

Castro

Alla morte di Fidel Castro le reazioni ufficiali dei capi di Chiesa sono state variamente modulate, come mostra il confronto tra quelle del papa, del patriarca di Mosca e dei vescovi cubani.

Papa Francesco ha espresso la sua tristezza con un sobrio telegramma al fratello e successore del defunto, Raúl:

> « Al recibir la triste noticia… »

Esuberante, invece, è stato il messaggio del patriarca di Mosca, Kirill. che dopo aver espresso a Raúl il suo « profondo dolore », si è profuso in un peana alla memoria del defunto:

« Il ‘Comandante Fidel’ è stato uno dei più famosi e prominenti capi di Stato dei nostri tempi. Ha guadagnato autorità internazionale ed è divenuto una leggenda già durante la sua vita. Essendo carne della carne del popolo cubano, ha dedicato tutti i suoi sforzi per rendere la sua patria veramente indipendente e capace di occupare un posto di rilievo nella famiglia delle nazioni di tutto il mondo.

« Nella Chiesa ortodossa russa il nome di Fidel Castro è sempre pronunciato con rispetto e gratitudine. Con la partecipazione personale del ‘Comandante’, una chiesa dedicata alla Icona di Kazan della Madre di Dio è stata eretta all’Avana, di cui Fidel, come disse lui stesso, era ‘il sovrintendente della costruzione’.

« Conservo la calda memoria dei miei incontri con il ‘Comandante Fidel’. Sono sempre stato colpito dalla sua intelligenza ampia e acuta, dall’abilità di parlare con competenza sui più diversi argomenti. Il nostro ultimo colloquio ebbe luogo il 13 febbraio 2016, nella sua abitazione, il giorno dopo il mio incontro con il papa di Roma Francesco.

« Custodirò sempre nel mio cuore la buona memoria di quest’uomo coraggioso e carismatico, un amico sincero della Chiesa ortodossa russa ».

Se si passa però ai vescovi cubani, che Castro e il castrismo lo conoscono molto più da vicino, la musica cambia. E di parecchio.

Nel loro stringato comunicato, la notizia della morte è data senza aggettivi. I vescovi esprimono cordoglio ai famigliari e alle autorità, raccomandano a Dio l’anima del « Dr. Fidel Castro Ruz » e concludono con questo auspicio, senza più nominare il defunto:

« Poniamo sotto il manto della Vergine della Carità del Cobre, nostra Madre e Patrona, il futuro della patria, perché ella ci protegga e ci ispiri a lavorare insieme al fine di realizzare il sogno per il quale José Martí dedicò la sua vita: ‘Una patria con tutti e per il bene di tutti' ».
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29 novembre 2016
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25 nov
L’amico protestante del papa nella cabina di regia de « L’Osservatore Romano »

Figueroa

Da qualche tempo c’è una firma che compare con sempre più evidenza su « L’Osservatore Romano », anche in prima pagina e anche nelle colonne degli editoriali.

È quella di Marcelo Figueroa, che da settembre dirige la nuova edizione settimanale de « L’Osservatore Romano » creata espressamente per i lettori dell’Argentina.

Figueroa è lui stesso argentino. E non è cattolico ma protestante, pastore della Chiesa presbiteriana e direttore per venticinque anni della Società biblica argentina.

Soprattutto, però, è amico di lunga data di Jorge Mario Bergoglio, che l’ha voluto vicino a sé anche nel recente suo viaggio a Lund, per la celebrazione dei cinquecento anni della Riforma luterana.

Ed è proprio questa sua stretta amicizia col papa che spiega l’inaudito ingresso di un protestante nella cabina di regia del giornale ufficiale della Santa Sede.

In Argentina, fu Figueroa a far sedere allo stesso tavolo, con lui in mezzo, l’allora arcivescovo di Buenos Aires e il rabbino ebreo Abraham Skorka, per una serie di colloqui trasmessi da Canal 21, la TV dell’arcidiocesi, e poi trascritti in un libro edito in italiano dalla Libreria Editrice Vaticana col titolo: « Conversazioni sulla Bibbia ».

Quel ciclo d’incontri fu interrotto alla trentaduesima puntata dall’elezione di Bergoglio a papa. La trentatreesima, rimasta inattuata, avrebbe avuto per argomento la parola « amicizia », come ha raccontato poi Figueroa su « L’Osservatore Romano ».

Oggi Figueroa a Santa Marta è di casa. Nella primavera del 2015, sottoposto in patria a un delicato intervento chirurgico, Francesco gli è stato vicino con continue telefonate e lettere. Dopo che s’era ristabilito, nel settembre dello stesso anno il papa gli ha dato una lunga intervista per FM Milennium 106.7, emittente radiofonica di Buenos Aires. E un anno dopo l’ha appunto promosso al ruolo di cui si è detto, non solo di direttore dell’edizione settimanale argentina de « L’Osservatore Romano » ma anche di « columnist » dell’edizione quotidiana maggiore.

La sua investitura solenne in quest’ultimo ruolo è stato un curioso articolo a due voci tra lui e l’indiscussa numero uno degli editorialisti de « L’Osservatore », oltre che coordinatrice del suo supplemento femminile « Donne Chiesa Mondo », Lucetta Scaraffia:

> La sfida ecumenica latinoamericana

L’articolo, su un’intera pagina de « L’Osservatore Romano » del 5 novembre, è costruito in forma di colloquio ed è una sorta di bilancio della trasferta del papa a Lund e quindi dello stato attuale dei rapporti tra cattolici e protestanti.

Ma ha un precedente che è utile richiamare.

Pochi giorni prima, il 1 novembre, Lucetta Scaraffia aveva pubblicato sul « Corriere della Sera » un articolo sullo stesso argomento che aveva sollevato sconcerto in campo cattolico:

> Lutero, le 95 tesi e il Pontefice latino che oggi cancella secoli di conflitti

In esso scriveva:

« Oggi molti dei profondi dissensi che hanno causato la scissione della Chiesa non hanno più ragion d’essere: il problema della salvezza – solo per grazia divina come diceva Lutero o attraverso le opere e la mediazione del clero, come voleva la Chiesa cattolica – non assilla più nessuno. Così come le indulgenze sono scomparse dal nostro orizzonte, e pure l’aldilà sembra da decenni dileguato. Perché allora litigare ancora su tutto questo? E come litigare ancora sul libero accesso ai testi sacri, se oggi anche i cattolici sono abituati a leggere la Bibbia nelle edizioni che preferiscono, in gruppi di lettura e di commento animati dalla più grande vivacità? Certo, rimangono questioni teologiche aperte, come i sacramenti – ridotti di numero dai luterani – ma queste sono per lo più questioni che non toccano molto i fedeli ».

Ai lettori cattolici più avvertiti (come Costanza Miriano, vedi « Il Foglio » del 4 novembre) queste parole erano sembrate esprimere non una comprensibile preoccupazione per lo svuotamento dei capisaldi della fede cristiana ad opera dell’ondata secolarizzante, ma piuttosto una soddisfatta presa d’atto dell’avvenuto sgombero del contenzioso dottrinale con i protestanti, « grazie al quale – sempre a detta di Scaraffia – il dialogo fra cattolici e luterani è messo in condizione di andare al di là delle divergenze teologiche ». Finalmente.

Sta di fatto che, pochi giorni dopo, Lucetta Scaraffia è tornata a scrivere tali e quali quelle sue considerazioni non sul laico « Corriere », ma sul giornale ufficiale del papa, in duetto con il collega protestante Figueroa, che mostrava di condividerle appieno.

Da parte protestante non risulta che vi siano state reazioni a questo disinvolto aggiornamento del percorso ecumenico fatto dalle prime due penne de « L’Osservatore Romano ».

Di certo, tra i valdesi italiani c’è stato nervosismo, negli stessi giorni, per come il fondatore de « la Repubblica », il laicissimo Eugenio Scalfari, ha scritto di Lutero e del protestantesimo nel riferire sul suo giornale la telefonata che papa Francesco gli aveva fatto, alla vigilia del viaggio a Lund, proprio perché – parole di Scalfari – « desiderava parlare con me di quella Riforma »:

> Francesco, Lutero e il valore condiviso della Riforma

A ribattere a quest’altro amico di riguardo di Bergoglio, con una micidiale stroncatura, è stato nientemeno che il teologo valdese più autorevole e stimato anche in campo cattolico, Paolo Ricca, su « Riforma » dell’8 novembre:

> Lutero e l’Evangelo della grazia incondizionata

Avventure e disavventure del nuovo corso ecumenico.
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25 novembre 2016
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18 nov
Il papa tace, ma il neocardinale suo amico parla e accusa. Non c’è pace su « Amoris laetitia »

Farrell

Mentre a Baltimora i vescovi degli Stati Uniti erano tutti riuniti ad eleggere il loro nuovo presidente e vicepresidente, l’arcivescovo Kevin J. Farrell, fino a metà estate titolare di Dallas, non era con loro ma se ne stava a Roma. Con le sue buone ragioni, data la sua fresca nomina a prefetto del nuovo dicastero vaticano per i laici, la famiglia e la vita, e l’ancor più fresca promozione a cardinale.

Eppure, da Roma, forte del suo nuovo ruolo e della prossimità al papa, Farrell non ha mancato di tirare una bordata contro uno dei suoi colleghi americani più rappresentativi, Charles J. Chaput, arcivescovo di Philadelphia e presidente, negli States, della commissione episcopale per l’applicazione di « Amoris laetitia ».

E la bordata ha riguardato proprio questa controversa esortazione postsinodale, oggetto nei giorni scorsi di un clamoroso appello, fin qui inascoltato, di quattro cardinali al papa, perché sia fatta chiarezza sui suoi passaggi più ambigui e generatori di conflitti:

> « Fare chiarezza ». L’appello di quattro cardinali al papa

Farrell ha sferrato il suo attacco dalle colonne dell’agenzia ufficiale della conferenza episcopale degli Stati Uniti, il Catholic News Service, in un’intervista a cura della sua veterana Cindy Wooden, poi rilanciata dal portale « Crux » diretto da John L. Allen, il numero uno dei vaticanisti americani, con questo titolo che va dritto al punto:

> New Vatican family czar questions Chaput’s guidelines on « Amoris laetitia »

« Io non condivido il senso di ciò che l’arcivescovo Chaput ha fatto », ha detto il nuovo « zar » vaticano della pastorale della famiglia. « La Chiesa non può reagire chiudendo le porte ancor prima di ascoltare le circostanze e la gente. Non è così che si fa ».

La principale « colpa » di Chaput, secondo Farrell, è di aver pubblicato all’inizio dell’estate per la sua diocesi di Philadelphia delle linee guida che tradirebbero le aperture di « Amoris laetitia », poiché non ammettono alla comunione i divorziati risposati tranne nel caso che vivano come fratello e sorella.

Quando invece secondo Farrell « dobbiamo cercare di trovare le vie per portarli alla piena comunione », seguendo gli insegnamenti di papa Francesco.

Inoltre, Farrell ha detto che invece di lasciare che ogni vescovo faccia nella sua diocesi ciò che ha fatto Chaput, si dovrebbe prima aspettare che l’intera conferenza episcopale di ciascuna nazione si riunisca a decidere una linea comune, senza più divisioni tra un vescovo e l’altro.

Vista l’asprezza dell’attacco, per di più « ad personam », il Catholic News Service ha chiesto a Chaput se voleva replicare. E gli ha inviato quattro domande scritte.

Alle quali l’arcivescovo di Philadelphia ha dato le sue risposte. Salvo poi trovarle riportate solo in minima parte, in poche righe inserite nell’articolo precedente, in una sorta di sua seconda edizione:

> Bishops need shared approach to « Amoris Laetitia, » new cardinal says

E allora eccole qui di seguito, nel loro testo integrale, le risposte di Chaput alle quattro domande. In italiano e nell’originale inglese.

Prima però va aggiunto che in una parallela intervista al progressista « National Catholic Reporter » Farrel ha anche detto di non capire perché mai dei vescovi e dei cardinali pretendano dal papa chissà quali chiarimenti alle presunte oscurità di « Amoris laetitia ».

« Io penso che il papa abbia già parlato », ha detto, riferendosi alla nota lettera nella quale Francesco ha approvato come unica giusta l’esegesi fatta dai vescovi argentini della regione di Buenos Aires, favorevole alla comunione ai divorziati risposati che vivono « more uxorio ».

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REPLICA ALL’INTERVISTA DEL CARDINALE-DESIGNATO FARRELL

di Charles J. Chaput

D. – La commissione ad hoc di cui lei fa parte ha in programma una consultazione con l’intera conferenza episcopale degli Stati Uniti su come applicare « Amoris laetitia »?

R. – L’ha già fatto. La commissione ha sollecitato riflessioni ed esperienze da parte dei vescovi di tutto il paese. Questo lavoro è stato completato qualche settimana fa. Il rapporto della commissione è stato presentato all’allora presidente della conferenza, l’arcivescovo Kurtz. Il cardinale DiNardo, come nuovo presidente, presumibilmente ne farà l’uso che lui e la dirigenza della conferenza troveranno appropriato.

D. – Perché ha ritenuto importante pubblicare nella sua arcidiocesi le linee guida pastorali che sono entrate in vigore il 1 luglio?

R. – Perché sia il documento finale del sinodo sia papa Francesco in « Amoris laetitia » hanno incoraggiato i vescovi di ciascun luogo a fare così. In realtà la domanda è un po’ strana. Sarebbe molto più pertinente chiedere perché mai un vescovo dovrebbe ritardare l’interpretazione e l’applicazione di « Amoris laetitia » a beneficio del suo popolo. Su una materia così vitale come il matrimonio sacramentale, esitazioni e ambiguità non sono né sagge né caritatevoli.

Come si sa, sono stato delegato al sinodo del 2015 e poi eletto e confermato nel consiglio sinodale permanente. Ho quindi una familiarità con la materia e il suo contesto che il cardinale designato Farrell forse non ha.

« Amoris laetitia » è stata pubblicata l’8 aprile. Le nostre linee guida erano già pronte il 1 giugno, dopo aver consultato il nostro consiglio presbiterale, il consiglio pastorale arcidiocesano, i vescovi ausiliari, la facoltà teologica del seminario e una varietà di liturgisti, canonisti e teologi, sia del laicato che del clero, i quali tutti hanno prodotto eccellenti riflessioni. Abbiamo aspettato fino al 1 luglio per completare una messa a punto finale. Altri vescovi hanno emesso le rispettive linee guida e le risposte adatte alle circostanze delle loro diocesi, che solo loro, in quanto vescovi del luogo, conoscono in reale profondità.

D. – Il cardinale designato Farrell ha detto a CNS che, a suo giudizio, sotto la guida del capitolo ottavo di « Amoris laetitia » un pastore non può dire a tutti i divorziati e civilmente risposati: sì, fai la comunione. Ma nemmeno può dire a tutti: no, la comunione non è possibile a meno che viviate come fratello e sorella. Come risponde a questa osservazione?

R. – Mi chiedo se il cardinale designato Farrell abbia davvero letto e compreso le linee guida di Philadelphia che sembra mettere in questione. Le linee guida mettono un chiaro accento sulla misericordia e la compassione. Ciò ha senso in quanto le circostanze individuali sono spesso complesse. La vita è complicata. Ma misericordia e compassione non possono essere separate dalla verità e rimanere virtù autentiche. La Chiesa non può contraddire o aggirare la Scrittura e il suo stesso magistero senza invalidare la sua missione. Questo dovrebbe essere ovvio. Le parole di Gesù stesso sono molto dirette e radicali, in materia di divorzio.

D. – Ha qualche altro commento che desidererebbe fare?

R. – Penso che ciascun vescovo negli Stati Uniti provi una speciale fedeltà a papa Francesco come Santo Padre. Noi viviamo questa fedeltà facendo il lavoro al quale siamo stati ordinati come vescovi. Secondo il diritto canonico – per non dire secondo il senso comune – il governo di una diocesi appartiene al vescovo del luogo come successore degli apostoli, non a una conferenza, sebbene una conferenza di vescovi possa spesso offrire un valido spazio per la discussione. In quanto ex vescovo residenziale, il cardinale designato Farrell sicuramente lo sa. E questo rende i suoi commenti ancora più strani, alla luce del nostro impegno per una collegialità fraterna.

*

RESPONSES TO CARDINAL-DESIGNATE FARRELL INTERVIEW

by Charles J. Chaput

Q: Is your ad hoc committee planning a consultation with the entire USCCB about implementing « Amoris Laetitia »?

A: It’s already done. The committee solicited thoughts and experiences from bishops around the country. That work was completed some weeks ago. The committee report was then presented to Archbishop Kurtz as USCCB president. Cardinal DiNardo, as the new conference president, will presumably act on it as he and conference leadership find appropriate.

Q: Why did you feel it was important to issue pastoral guidelines in your archdiocese that went into effect July 1?

A: Because both the final synod document and Pope Francis in « Amoris Laetitia » encouraged local bishops to do so. Actually you ask a rather odd question. It’s more sensible to ask: Why would a bishop delay interpreting and applying Amoris Laetitia for the benefit of his people? On a matter as vital as sacramental marriage, hesitation and ambiguity are neither wise nor charitable.

You’ll recall, I’m sure, that I was a delegate to the 2015 synod and then elected and appointed to the synod’s permanent council. So I’m familiar with the material and its context in a way that Cardinal-designate Farrell may not be.

« Amoris Laetitia » was issued on April 8. Our guidelines were actually ready by June 1, after consulting our Priests’ Council, Archdiocesan Pastoral Council, auxiliary bishops, seminary faculty, and a variety of liturgical, canonical and theological experts, both lay and clergy — all of whom made excellent suggestions. We waited until July 1 to complete a final review. Other bishops have issued their own guidelines and responses consistent with the circumstances of their dioceses, which only they, as local bishops, know with real intimacy.

Q: Cardinal-designate Farrell has told CNS that he believes that under Chapter 8’s guidance, a pastor cannot say to all divorced and civilly remarried: Yes, receive communion. But neither can they say to all: No, it’s not possible unless you live as brother and sister. How would you respond to this observation?

A: I wonder if Cardinal-designate Farrell actually read and understood the Philadelphia guidelines he seems to be questioning. The guidelines have a clear emphasis on mercy and compassion. This makes sense because individual circumstances are often complex. Life is messy. But mercy and compassion cannot be separated from truth and remain legitimate virtues. The Church cannot contradict or circumvent Scripture and her own magisterium without invalidating her mission. This should be obvious. The words of Jesus himself are very direct and radical on the matter of divorce.

Q: Do you have any other comments you would like to make?

A: I think every bishop in the United States feels a special fidelity to Pope Francis as Holy Father. We live that fidelity by doing the work we were ordained to do as bishops. Under canon law — not to mention common sense — governance of a diocese belongs to the local bishop as a successor of the apostles, not to a conference, though bishops’ conferences can often provide a valuable forum for discussion. As a former resident bishop, the cardinal-designate surely knows this, which makes his comments all the more puzzling in the light of our commitment to fraternal collegiality.

15 nov
« Sodalitium Franciscanum », aspiranti spie a cattivo servizio. Con un Post S

« Fare chiarezza ». Questo hanno chiesto a papa Francesco quattro cardinali, con una lettera e cinque domande che – rese da loro pubbliche ieri – sono diventate la notizia bomba di questa vigilia di concistoro.

I quattro cardinali – i tedeschi Walter Brandmüller e Joachim Meisner, l’italiano Carlo Caffarra, lo statunitense Raymond L. Burke – hanno aspettato invano per quasi due mesi che il papa rispondesse all’appello. E c’è chi prevede che nemmeno da qui in avanti Francesco romperà il suo silenzio.

Però almeno, sugli stessi « dubbi » sollevati dai quattro cardinali, tutti concernenti le ambiguità di « Amoris laetitia », cercherà di portare un po’ di « chiarezza » il Pontificio istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia, con un « Vademecum per una nuova pastorale familiare » che sarà in libreria, edito da Cantagalli, nel gennaio del 2017, ma che già tra pochi giorni comincerà a circolare tra i vescovi, a cura dei suoi autori José Granados, Stephan Kampowski e Juan-José Pérez-Soba, tutti e tre professori di spicco dell’istituto.

Fondato da Giovanni Paolo II nel 1981 e con primo suo preside l’allora semplice teologo Carlo Caffarra, cioè proprio uno dei quattro cardinali autori dell’attuale appello, l’istituto è cresciuto rigoglioso in tutto il mondo, con una dozzina di sedi nei cinque continenti, in perfetta fedeltà alla dottrina della Chiesa su matrimonio e famiglia.

Ma con Francesco l’intesa si è rotta, e non per colpa dell’istituto. Incredibilmente, nessuno dei suoi docenti è stato invitato alla prima sessione del sinodo sulla famiglia e solo a uno, al vicepreside José Granados, è stato dato un posticino marginale nella seconda sessione. Evidentemente perché la linea dell’istituto era ed è ritenuta incompatibile con la direzione di marcia del papa, infine espressa nell’esortazione apostolica postsinodale « Amoris laetitia ».

A conferma di ciò, a metà agosto di quest’anno Francesco ha sostituito in blocco la dirigenza dell’istituto. Ha nominato come nuovo gran cancelliere monsignor Vincenzo Paglia – lo stesso che messo alla testa della Pontificia accademia per la vita ha già iniziato il repulisti dei membri sgraditi – e come nuovo preside PierAngelo Sequeri, teologo ferratissimo in molti campi tranne però che nel matrimonio e nella famiglia.

Quanto al preside uscente Livio Melina, studioso universalmente apprezzato, è stato congedato in malo modo. Neanche un grazie gli ha detto il papa, nel discorso con cui il 27 ottobre ha inaugurato di persona il nuovo anno accademico dell’istituto.

Melina continuerà comunque a insegnare. E così gli altri docenti dell’istituto, alcuni dei quali di riconosciuta fama, come l’antropologo polacco Stanislaw Grygiel e la moglie Monika, il filosofo del diritto Francesco D’Agostino, il sociologo Sergio Belardinelli, il teologo e vescovo Jean Laffitte, segretario uscente del disciolto pontificio consiglio per la famiglia, per non dire dei tre autori del « Vademecum » sopra citato.

Tutti quanti però temono che prima o poi scatterà l’epurazione. Sequeri è persona beneducata, intimamente aliena da atti del genere. Ma Paglia no. E già una minacciosa avvisaglia anonima è arrivata via e-mail all’uno e all’altro dei docenti sotto tiro.

Ecco riprodotta testualmente, qui di seguito, la missiva pervenuta il 10 novembre a ciascun docente dell’istituto.

*

Oggetto: Monitoraggio studi e insegnamento Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia

Gentile Professore/ssa
Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia
Pontificia Università Lateranense
Città del Vaticano

Come già avvenuto e in corso per altre istituzioni pastorali, accademiche e culturali cattoliche, il nostro Osservatorio per l’Attuazione della Riforma della Chiesa di Papa Francesco (OARCPF) – libera iniziativa di un gruppo di laici cattolici a sostegno del pontificato di papa Francesco – ha iniziato dal corrente anno accademico il monitoraggio del contenuto delle pubblicazioni dei docenti e degli insegnamenti impartiti dal Pontificio Instituto Giovanni Paolo per Studi su Matrimonio e Famiglia per evidenziare adeguamenti o eventuali dissonanze rispetto al discorso tenuto da papa Francesco in occasione dell’inaugurazione del nuovo anno accademico del vostro Istituto (Sala Clementina, 28 ottobre 2016), nel quale siete stati chiamati « a sostenere la necessaria apertura dell’intelligenza della fede al servizio della sollecitudine pastorale del Successore di Pietro ».

In particolare, verranno presi in considerazione i contenuti dei lavori pubblicati e delle lezioni impartite in riferimento a quanto disposto dalla Esortazione apostolica « Amoris laetitia », secondo l’immagine « della Chiesa che c’è, non di una Chiesa pensata a propria immagine e somiglianza », orientando la ricerca e l’insegnamento non più verso un « un ideale teologico del matrimonio troppo astratto, quasi artificiosamente costruito, lontano dalla situazione concreta e dalle effettive possibilità delle famiglie così come sono » (Papa Francesco, discorso citato, 28 ottobre 2016).

A tal fine ci avvarremo della lettura analitica e critica degli studi pubblicati dai docenti, delle tesi di licenza e di dottorato approvate dall’Istituto, dei programmi di insegnamento e della loro bibliografia, e di interviste agli studenti effettuate all’uscita dalle lezioni, nel piazzale antistante l’Università Lateranense.

Certi di svolgere un compito utile a migliorare il servizio che Lei presta con dedizione alla Chiesa e al Santo Padre, provvederemo ad aggiornarLa sui risultati del nostro studio osservazionale.

Osservatorio per l’Attuazione della Riforma della Chiesa di Papa Francesco (OARCPF) – Sezione di Roma

*

C’è un precedente di un secolo fa al quale la memoria corre.

Si chiamava « Sodalitium Pianum ». E si costituì e operò durante il pontificato di Pio X per spiare e denunciare i « modernisti » dell’epoca, veri o presunti. Agiva nel massimo segreto e si deve al grande studioso francese Émile Poulat il suo svelamento, nel volume « Intégrisme et catholicisme intégral », pubblicato nel 1969. A tirare le fila di quella cellula era un monsignore che lavorava in Vaticano e godeva della fiducia del papa, Umberto Benigni.

E se sul modello di quel « Sodalitium Pianum » nascesse oggi un « Sodalitium Franciscanum »?

Contro i modernisti dell’epoca il primo, contro gli antimodernisti di oggi il secondo.

Bersagli diametralmente opposti, secondo l’aria che tira al vertice della Chiesa. Stesso metodo delatorio.

———-

POST SCRIPTUM – Pubblicata, la lettera del fantomatico « Osservatorio » ha suscitato un vespaio. E ha consentito di individuare i suoi autori, un manipolo di ex studenti universitari convinti con ciò d’aver fatto opera meritoria. Senza agganci in Vaticano né tanto meno con i nuovi dirigenti dell’istituto, i quali, anzi, hanno preso la cosa malissimo. Resta il segno di quanto oggi sia pervasiva l’animosità inquisitoria contro chi non è ritenuto in linea con l’attuale pontificato.

11 nov
Nuovo terremoto in Vaticano? No. Solo una scossa d’assestamento

sarah

È ormai assodato. Papa Francesco non ne vuole proprio sapere di una « riforma della riforma », in campo liturgico.

Il tenace cardinale prefetto della congregazione per il culto divino, Robert Sarah, ha ribadito nel suo ultimo libro che essa « si farà ». Ma i suoi tempi di realizzazione sono ormai nascosti in Dio. Perché di nuovo il papa, nel dare alle stampe un suo libro che raccoglie le omelie e i discorsi di quando era arcivescovo di Buenos Aires, in vendita da due giorni, ha tagliato corto: « Parlare di ‘riforma della riforma’ è un errore ».

Resta da capire, allora, che cosa è successo nella congregazione vaticana presieduta da Sarah, dopo che all’improvviso, lo scorso 28 ottobre, il bollettino ufficiale della Santa Sede ha dato notizia che « il Santo Padre ha nominato membri della congregazione per il culto divino… ». E giù una sfilza di 27 tra cardinali e vescovi, da far pensare che questi andassero a sostituire in blocco tutti i 30 membri precedenti.

Tra i nuovi nominati c’è infatti il fior fiore dei paladini della riforma liturgica postconciliare: quella che il cardinale Sarah, e prima di lui Benedetto XVI, volevano e vogliono controriformare.

Mentre tra i vecchi membri della congregazione pullulavano gli amanti della liturgia classica e della riforma conciliare a loro giudizio « vera ».

In realtà in quello stesso 28 ottobre viene poi ufficiosamente precisato che non è così. I nuovi nominati non sostituiscono tutti i i vecchi, ma solo « alcuni » di loro, cioè quelli non riconfermati in carica dopo la scadenza del rispettivo quinquennio. Dei quali però non vengono resi pubblici i nomi. Si dovrà aspettare di leggerli – informano in sala stampa – sui futuri « Acta Apostolicae Sedis », che come si sa non brillano per tempestività.

E allora spazio al giornalismo investigativo, per scovare chi è stato cacciato e chi no.

Il responso dell’investigazione è il seguente.

Tra i non riconfermati della vecchia coorte vi sono i cardinali Norberto Rivera Carrera, Zenon Grocholewski, Angelo Scola, George Pell, Marc Ouellet, Theodore-Adrien Sarr, Oswald Gracias, Angelo Amato, Raymond L. Burke.

Mentre viceversa sono stati confermati dal papa per un altro quinquennio, come membri della congregazione per il culto divino, i cardinali Juan Luis Cipriani Thorne, Peter Kodwo Appiah Turkson, Josip Bozanic, Péter Erdö, Jean-Pierre Ricard, Angelo Bagnasco, Kazimierz Nycz, Albert Malcolm Ranjith Patabendige Don, Mauro Piacenza. Ai quali sono da aggiungere i due non ancora arrivati a scadenza: Antonio Maria Vegliò, nominato nel 2012, e Dominique Mamberti, nominato nell’aprile di quest’anno.

Più drastica invece l’epurazione tra i vecchi membri non cardinali della congregazione. Ne sono stati riconfermati solo due su dieci: Michel-Marie-Bernard Calvet, arcivescovo di Nouméa in Nuova Caledonia, e Julián López Martín, vescovo di León.

Se è vero quindi che al cardinale prefetto Sarah sono stati sottratti non pochi sostenitori della sua auspicata « riforma della riforma », è anche innegabile che tra i sopravvissuti gliene sono rimasti di eccellenti, in particolare quel Ranjith Patabendige Don, dello Sri Lanka, oggi arcivescovo di Colombo, che fu segretario della congregazione per il culto divino negli anni più fecondi del pontificato di Joseph Ratzinger, tra il 2005 e il 2009, dove mise a frutto la sua solida formazione liturgica e biblica, oltre che la padronanza delle lingue antiche e moderne. Parla fluentemente il greco, il latino, l’ebraico, l’italiano, l’inglese, il francese, lo spagnolo e il tedesco, oltre naturalmente alla sua lingua madre, il tamil.

Nello stesso tempo però c’è stata la nuova infornata. Il cui orientamento è ben rappresentato da un lato dall’arcivescovo Piero Marini, campione del liturgismo postconciliare fin dai suoi controversi inizi, sotto l’ala del suo maestro Annibale Bugnini; e dall’altro lato dal cardinale Beniamino Stella, digiuno di teologia liturgica ma intimo di papa Francesco ed esecutore fedelissimo dei suoi voleri.

I nomi dei 10 cardinali e dei 17 vescovi di questa infornata sono elencati nel bollettino vaticano del 28 ottobre:

> Nomina di membri della congregazione per il culto divino

A questo punto, dunque, sono membri della congregazione presieduta da Sarah 21 cardinali e 17 vescovi, in tutto 38, di cui 27 nuovi di zecca e 11 riconfermati. Contro i 30 della precedente tornata, 20 cardinali e 10 vescovi.

Un ricambio perciò c’è stato. Ma non così radicale come molti hanno apprezzato o lamentato.

È stata una scossa d’assestamento, non di più. Perché il vero terremoto c’è già stato tempo fa, subito prima che papa Francesco, nel 2014, affidasse a Sarah il comando della congregazione. Con il pressoché totale ricambio dei quadri intermedi del dicastero, dalla segreteria in giù: fuori i fautori della « riforma della riforma » e dentro i liturgisti alla Piero Marini. E quindi con il cardinale Sarah condannato a dirigere uffici che gli remano contro.

Senza contare – ed è ciò che taglia la testa al toro – le ripetute bordate pubbliche dello stesso papa Francesco contro la « riforma della riforma », l’ultima due giorni fa.

Se c’è un papa al quale Jorge Mario Bergoglio dice di volersi ispirare di più, questo è sicuramente Paolo VI. L’ha detto e ridetto più volte, soprattutto nell’omelia della messa di beatificazione di questo suo amato predecessore, il 19 ottobre 2014, in cui lo elesse a umile e coraggioso « profeta » dei nuovi tempi della Chiesa.

E infatti, come non riconoscere un’affinità tra ciò che disse Paolo VI sul tema dell’ecumenismo, nell’udienza generale del 22 gennaio 1969, e ciò che papa Francesco dice e pratica oggi?

Disse Paolo VI in quella sua catechesi di 47 anni fa:

« Verso i cristiani separati dobbiamo guardare con nuovo spirito. Non possiamo più rassegnarci alle situazioni storiche della separazione. Dobbiamo umilmente riconoscere la parte di colpa morale che i cattolici possano avere avuto in tali rovine. Dobbiamo apprezzare ciò che di buono si è conservato e coltivato del patrimonio cristiano presso i fratelli separati ».

Poche righe più avanti, però, Paolo VI cambiò musica. E qui di colpo sparisce l’affinità tra lui e l’attuale pontefice, specie dopo la trasferta luterana di Lund.

Proseguì così papa Giovanni Battista Montini, con impressionante anticipazione dell’oggi:

« Ma facciamo attenzione, figli carissimi, di non compromettere il cammino e l’esito d’una causa di somma importanza, qual è quella dell’autentico ecumenismo, con procedimenti superficiali, frettolosi e controproducenti. Si notano infatti fenomeni pericolosi e dannosi in questo improvviso entusiasmo di riconciliazione fra cattolici e cristiani da noi separati. Alcuni aspetti di questa incauta precipitazione ecumenica devono essere tenuti presenti affinché tanti buoni desideri e tante fortunate possibilità non abbiano a perdersi nell’equivoco, nell’indifferenza, nel falso irenismo.

« Quelli, ad esempio, che vedono tutto bello nel campo dei fratelli separati, e tutto pesante e censurabile nel campo cattolico non sono più in grado di promuovere efficacemente ed utilmente la causa dell’unione. Come osservava con tristezza ironica uno dei migliori ecumenisti contemporanei, protestante costui: « Il più grande pericolo per l’ecumenismo è che i cattolici vengano ad entusiasmarsi per tutto ciò di cui noi abbiamo riconosciuto la nocevolezza, mentre essi abbandonano tutto ciò di cui noi abbiamo riscoperto l’importanza ». È questo un atteggiamento servile, né vantaggioso, né decoroso.

« Così potremmo dire di quell’altro atteggiamento, oggi anche più diffuso, che pretende ristabilire l’unità a scapito della verità dottrinale. Quel credo, che ci fa e che ci definisce cristiani e cattolici, sembra, in tale modo, diventare l’ostacolo insuperabile alla restaurazione dell’unità stessa. Esso pone certamente delle esigenze molto severe e molto gravi; ma la soluzione delle difficoltà che ne derivano non può consistere, pena l’incomprensione della realtà delle cose, pena il tradimento della causa, nel sacrificare la fede, nell’illusoria fiducia che a ricomporre l’unità basti la carità; basti cioè la pratica empirica, spoglia da scrupoli dogmatici e da norme disciplinari.

« Gli episodi della così detta ‘intercomunione’, registrati in questi ultimi mesi, si iscrivono in questa linea, che non è la buona e che dobbiamo lealmente riprovare. Ricordiamo il Concilio, il quale ‘esorta i fedeli ad astenersi da qualsiasi leggerezza o zelo imprudente, che potrebbero nuocere al vero progresso dell’unità’ (Unitatis redintegratio n. 24) ».

Il grande ecumenista citato da Paolo VI è Louis Bouyer, che da luterano si convertì a cattolico e per poco non fu fatto cardinale dallo stesso papa Montini.

Ma vale riprendere di Paolo VI anche un altro passaggio, dall’udienza generale della settimana successiva a quella ora citata. Un passaggio anch’esso tanto « profetico » da sembrare un ritratto della Chiesa d’oggi:

« Perché, sotto certi aspetti, la Chiesa dopo il Concilio non si trova in condizioni migliori di prima? Perché tante insubordinazioni, tanto decadimento della norma canonica, tanti tentativi di secolarizzazione, tanta audacia nell’ipotizzare trasformazioni di strutture ecclesiali, tanta voglia di assimilare la vita cattolica a quella profana, tanto credito alle considerazioni sociologiche in luogo di quelle teologiche e spirituali?

« Crisi di crescenza, si dice da molti; e sia. Ma non è anche crisi di fede? Crisi di fiducia di alcuni figli della Chiesa nella Chiesa stessa? Vi è chi, scrutando questo allarmante fenomeno, parla d’uno stato d’animo di dubbio sistematico e debilitante in mezzo alle file del clero e dei fedeli. E chi parla di impreparazione, di timidezza, di pigrizia. E chi addirittura accusa di paura sia l’autorità ecclesiastica che la comunità dei buoni, quando l’una e l’altra lasciano prevalere, senza ammonire, senza rettificare, senza reagire, certe correnti di manifesto disordine nel campo nostro, e cedono, quasi per un complesso d’inferiorità, al dominio affermato nell’opinione pubblica, mediante poderosi mezzi di comunicazione sociale, di tesi discutibili, e spesso punto conformi allo spirito del Concilio stesso, per timore del peggio, si dice; o per non apparire abbastanza moderni e pronti all’auspicato aggiornamento ».

« La barca di Pietro è senza timone ». Ventun cattolici di cinque continenti rilanciano l’appello dei quattro cardinali al papa
Il Fidel da non dimenticare. Così pacifista da terrorizzare perfino Kruscev
Povero san Francesco Saverio, così fissato nel far tutti quei « proseliti »
Cina. Due vescovi impresentabili, per farne uno nuovo
Ei fu. La lacrima del papa, il pianto greco del patriarca Kirill, il ciglio asciutto dei vescovi cubani
L’amico protestante del papa nella cabina di regia de « L’Osservatore Romano »
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